Altre strane normative dell’acqua potabile.

Altre strane normative dell'acqua potabile.

Nella prima parte di questo articolo, pubblicata sul precedente numero del magazine, abbiamo mostrato le “strane differenze” fra la normativa dell’acqua potabile d’acquedotto e quella imbottigliata relativamente al contenuto di inquinanti tollerati. Si è visto, per esempio, che l’acqua di acquedotto ha un preciso limite del contenuto di alluminio consentito, mentre l’acqua in bottiglia potrebbe avere un contenuto di alluminio “qualunque” senza pregiudicarne la potabilità, anche se l’alluminio è ritenuto fra le sostanze più pericolose da mettere sulla pelle.

Non finisce qui: sapevate che le analisi chimico-fisiche delle acque per uso potabile devono essere effettuate solo ogni 5 anni per l’acqua imbottigliata e almeno 5 volte all’anno per l’acqua di rubinetto? Dico “almeno ogni 5 volte” perché questa norma è relativa a un acquedotto che serve fino a 10.000 abitanti, e prevede che le analisi siano più frequenti al crescere della popolazione servita. Vi rendete conto dell’enorme differenza?

Le analisi chimico-fisiche dell’acqua comprendono obbligatoriamente la misura di un importante parametro che definisce l’acidità o basicità di una soluzione: il pH, che sta per “potenziale idrogeno”. La scala di misurazione va da 1 a 14. Il valore 7 è caratteristico di una soluzione “neutra”, cioè né acida, né basica. Valori inferiori al 7 indicano acidità crescente; valori superiori al 7 basicità (detta anche alcalinità) crescente. Questa scala di misurazione non è lineare, bensì logaritmica. Significa, per esempio, che da pH=7 a pH=6 l’incremento di acidità è pari a 10. Passando da pH=7 a pH=5, l’incremento di acidità non è 20, come sarebbe in una scala lineare, bensì 100; da 7 a 4 l’incremento di acidità è 1000, e così via. In modo analogo per l’alcalinità. La normativa dell’acqua d’acquedotto definisce “potabile” l’acqua con pH compreso fra 6,5 e 9,5. Per quanto detto sopra potete comprendere tutti che l’acqua potabile, secondo questa normativa, è quella da debolmente acida (pH=6,5), a molto alcalina (pH=9,5). Pensate, per fare un esempio, che l’acqua di Lourdes, potabile e salutare, oltre ad essere ionizzata in natura presenta pH=9, quasi 5000 volte più alcalino del valore neutro.

Supponiamo ora che nel vostro luogo di residenza le analisi periodiche dell’acqua di acquedotto rilevino il valore pH=6,4. Ebbene, l’indomani il vostro Sindaco sarebbe tenuto per legge a emanare un’ordinanza di non potabilità dell’acqua di rubinetto, avvisando così tutta la popolazione comunale. In altre parole, il valore pH=6,4, debolmente acido, è già “troppo acido” per un’acqua da bere tutti i giorni. Questa norma così severa sull’acidità dell’acqua deriva da studi scientifici ultra-decennali che definiscono “non salutare” l’acidità delle bevande (e non solo di quelle) da assumere con regolarità, come l’acqua che beviamo ogni giorno. Allora se il Sindaco deve certificare per legge come “non potabile” un’acqua debolmente acida, per quale motivo la legge dell’acqua in bottiglia non prevede alcun limite di pH? In altre parole, pH=6,4 è acqua non potabile se di acquedotto, mentre la stessa acqua imbottigliata diventa magicamente potabile! Non solo: Anche l’acqua a pH=5, pH=4, ecc. è sempre potabile se di bottiglia.

Un miracolo, direte voi? Probabilmente sì, è un miracolo che forse si comprende documentandosi sul giro di affari miliardario dell’acqua in bottiglia, che beve ancora l’80% degli italiani. Siamo secondi solo al Messico, e probabilmente abbiamo bisogno di acculturarci sull’argomento. Se questi articoli ci aiutano ad aprire la mente con informazioni obiettive e documentate, non pilotate da interessi economici, allora hanno raggiunto l’obiettivo vero: quello di aiutarci a essere più consapevoli, e di conseguenza più responsabili nelle nostre scelte, anche nella scelta del nostro primo alimento, così importante e così sconosciuto, l’acqua che beviamo tutti ogni giorno.

Buona primavera in salute.


Scrittore: Paolo Salvioli.

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