Emiliano Toso è un biologo e ricercatore noto per il suo approccio innovativo alla biologia molecolare.
Con un background accademico solido e una carriera ricca di esperienze significative, ha saputo integrare la scienza con nuove metodologie, apportando contributi rilevanti nel campo della ricerca.
Generalmente in salone conosciamo Emiliano come il musicista, le cui composizioni sono la colonna sonora della nostra giornata. Ma ora vogliamo fare qualcosa di diverso. In questa intervista,
esploriamo il suo percorso formativo e professionale, evidenziando la sua dedizione alla scienza e i suoi studi recenti.
Raccontiamo l’uomo di scienza dietro la musica che accompagna i nostri viaggi nel bellessere.
Raccontiamo l’uomo dietro la formulazione dei nostri prodotti.
Buona lettura!
Da dove parte il tuo percorso formativo in biologia? Dove hai studiato e quali sono stati i momenti più significativi della tua carriera accademica?
Ho fatto il liceo scientifico e poi l’università a Torino, di cui gli ultimi tre anni sono stato nel laboratorio del professor Silengo.
Un laboratorio di ricerca di biologia molecolare e dopo mi sono laureato nel 1998 e ho iniziato a lavorare nell’istituto di ricerche biometriche Marxer di Ivrea. La cosa interessante è che ho portato la biologia molecolare in un ambito in cui non c’era.
Coltivavo cellule, studiavo il loro comportamento fisiologico, di cellule umane e animali. Studiavo il loro stato di salute, il livello di riproduzione. Quello però era un laboratorio in cui si studiavano metodi per il rivelamento di virus. E questo avveniva con metodo di tradizionali. Per questo mi è venuto subito in mente di portare la biologia molecolare per mettere a punto dei metodi
più rapidi e meno costosi. Questo avrebbe creato un grandissimo vantaggio per l’azienda. Ossia sapere, nel minor tempo possibile, che le cellule erano pulite rispetto a virus e batteri. Così ho iniziato a studiare. L’azienda era scettica, ero l’ultimo arrivato, ma il professor Domenico Barone, un dirigente ha subito creduto in me.
Quella fiducia mi ha permesso di andare avanti e piano piano sono riuscito a farli investire per acquistare dei macchinari specifici.
Le cose poi si sono evolute, perché il metodo funzionava, ho iniziato ad andare all’estero per fare dei corsi.
Ad un certo punto ho assunto altri ricercatori, ho avuto quattro laboratori e nel mentre studiavo per un dottorato. Negli ultimi anni sono stato molto all’estero a presentare le innovazioni scoperte, ho robotizzato i laboratori, evoluto i ragazzi le lavoravano con me. Questo mi ha permesso di viaggiare tra gli Usa e l’Asia, mostrando tutte le innovazioni scoperte.
Sarei potuto diventare dirigente di quel laboratorio, ma in quel momento ho iniziato a lavorare alla musica, dando il via ad un progetto diverso, quindi ho rifiutato e ho iniziato a dedicarmi al mio nuovo progetto.
Dopo cinque anni mi hanno chiamato, per fare un concerto in quell’azienda, con il mio pianoforte ed è stato il momento più bello, per chiudere il mio cerchio.
Com’è nata l’idea di combinare la biologia con la musica? Qual è stata l’ispirazione dietro il progetto “Translational Music”?
Non è nata un’idea, non è stata razionale. È stato un cambiamento di vita fatto di curiosità e bellezza che mi ha fatto capire che dovevo andare in giro per il mondo, per condividere la musica. Ed è condividendola che ho capito che faceva bene.
Grazie ai miei studi ho compreso il perché facesse bene. Il nome è nato dal fatto che io lavoravo in un ambito chiamato TRANSLATIONAL MEDICINE. Translational significa passare da un piano all’altro parallelo. In medicina significa fare degli esperimenti sulle cellule, sugli animali, prendere quei dati e capire che significati hanno nell’ambito dell’uomo.
In base a quello che avviene sulle cellule, si deve passare ad un piano più complesso che è il corpo umano. Questa traslazione di dati e di informazioni è una scienza: la TRANSLATIONAL MEDICINE.
È proprio così che mi è venuta l’idea di TRANSLATIONAL MUSIC, perché capivo che aveva un significato cellulare. E mi immaginavo un passaggioda un piano cellulare molto materiale e razionale, che puoi toccare; ad un piano più alto più sottile e raffinato che era quello della musica.
A cosa serve passare queste emozioni e tradurle in musica? Serve perché possono essere diffuse in modo più leggero, andare lontano, in tutto il mondo e poi cadere come una pioggerellina che
va su un miliardo di altre cellule, riportando proprio QUELL’EMOZIONE.
Come viene percepito il tuo lavoro dalla comunità scientifica? Quali sono stati i feedback di colleghi biologi o medici riguardo all’efficacia della sua musica in contesti terapeutici?
Non ho mai ricevuto critiche dalla comunità scientifica. Questo probabilmente perché io non ho mai chiesto a nessuno di utilizzare la musica per scopi terapeutici.
Sono le persone con il passaparola l’hanno diffusa, regalandosi cd, passandosi i brani. E solo dopo averla ascoltata mi hanno contattato. Questo processo di diffusione credo che abbia protetto il
progetto da varie critiche. È chiaro che la comunità scientifica, quella più conclamata, più rigida è molto scettica rispetto agli effetti di un’espressione artistica.
Questo perché l’arte è sempre stata vista come un divertimento, mai coinvolta in processi di guarigione. Però man mano, soprattutto negli ultimi anni, sono stato sempre più contattato da
direttori di ospedali, addirittura, anche, per esempio, per portare il pianoforte in una sala operatoria durante il lockdown. E questo per poter urlare al mondo che la musica può essere uno strumento utile alla guarigione. Chiaramente uno strumento integrato, non può sostituirsi alla chirurgia, non può sostituirsi alla chimica, ma sicuramente è importante negli aspetti emotivi, per le persone che si avviano in un processo di guarigione.
Chiunque stia affrontando un processo di guarigione, deve sempre tenere conto delle proprie emozioni perché si vive allo stesso tempo un cambiamento, una trasformazione profonda nella
loro vita, nelle abitudini, nelle percezioni, nella mente. E in questo la chimica e la chirurgia non possono fare più di tanto. Qui, entra in campo la musica e tanti ospedali hanno scelto di usare
TRANSLATIONAL MUSIC. Una cosa su cui mi sto concentrando tantissimo è come TRANSLATIONAL MUSIC sia particolarmente indicata quando nasce la vita.
Quindi spermatozoo e ovulo, genitorialità, bambino appena nato, i primi contatti tra entrambi… Stessa cosa nei vegetali, quindi sui semi, resistenza agli stress nutrizionali. Stessa cosa negli
animali… Quindi penso sia particolarmente indicata in questo periodo storico perché oggi nascono i semi della nuova umanità. Quindi questi giovani suggestioni, ricerche, percezioni, guerrieri di luce che vedono già quale sarà la nuova umanità.
Cosa ti motiva e ispira maggiormente nel tuo lavoro quotidiano come biologo e musicista?
Naturalmente, i riscontri.
Io sto bene facendo questa cosa e vedo che le persone stanno bene. Riassunto al massimo, questo è. Continuano ad arrivare riscontri da persone e questo è ciò che mi spinge ad andare avanti. E
questo mi spinge ad esplorare cose sempre nuove… il mondo dell’arte e della scienza sono i mondi più grandi che ci sono e naturalmente coinvolgono anche la parte della spiritualità.
In questi anni ho dovuto per forza capire come funzionando migliaia di applicazioni, di lavori…
Durante i seminari degli operatori del benessere questo emerge tantissimo, per questo è una delle mie cose preferite in assoluto. Lì c’è una tavolozza così variopinta, in cui come gli acquerelli, si fondono e vedo come la musica permetta questo movimento.
Quali sono i prossimi passi nel tuo percorso sia come biologo che come musicista? Hai dei sogni o obiettivi particolari che vorresti realizzare?
Sempre di più sto capendo che tutto arriva.
L’unico mio sogno e la mia intenzione è quella di riuscire a mettere ordine e scegliere in modo chiaro e lucido tra tutto quello arriva, quindi senza avere l’esigenza di andare a cercare o proporre… ma arriva. Arrivano tantissime cose. Quindi se riesco a mettere ordine e a scegliere in modo lucido, con l’intelligenza del cuore, sono a posto. Un po’ com’è successo anche con te. Per quella che è stata la nostra collaborazione per i tuoi prodotti.

